Oppure chi come me non si da per vinto e con la malinconia di chi cerca di rimediare ad un danno irreparabile costruisce con i cocci rotti forme geometriche o croci.
Adesso gli stessi cocci rotti sono frasi tronche, promesse non mantenute, vocali o consonanti mal pronunciate e per questo fraintese. Con lo stesso spirito e la stessa malinconia, tento di recuperare anche solamente il senso di una frase, per far si che non sia andato tutto perduto, è la stessa urgenza di ricomporre delle macerie che mi spinge a rapprendermi in parole
Adesso gli stessi cocci rotti sono frasi tronche, promesse non mantenute, vocali o consonanti mal pronunciate e per questo fraintese. Con lo stesso spirito e la stessa malinconia, tento di recuperare anche solamente il senso di una frase, per far si che non sia andato tutto perduto, è la stessa urgenza di ricomporre delle macerie che mi spinge a rapprendermi in parole
L’uomo che voleva rapinarmi stava di fronte a me ansimando e balbettando qualcosa di incomprensibile, provai ad intuire cosa volesse, gli anticipai che non avevo denaro, in cambio se avesse accettato, sarei andato in macchina a prendere una cartellina con delle mie opere, piena zeppa di disegni, di scritti inediti, di progetti fantastici che con il tempo,era sicuro, avrebbero finito col valere una fortuna.
Il tipo annusò che non cerano quattrini e dal principio trasalì, ci mise alcuni istanti per realizzare cosa gli stessi proponendo, poi quando capì, scoppiò in una risata fragorosa e scomposta che lo faceva sobbalzare a scatti. Continuò a ridere sempre più di gusto, finche addirittura la pistola non gli cadde di mano
Come l’arma toccò il pavimento partì accidentalmente un colpo che frantumò i vetri della finestra di un negozio li vicino, si levò un fracasso dai toni argentati ed acutissimi, seguito da una eco così stridula e penetrante che ci confuse e ci stordì
Riuscii a scappare.
A questo punto in genere, con tutto questo baccano mi sveglio e ricordo che è un sogno frequente, fatto già tante altre volte, mi è così familiare e riesco a pilotarlo talmente bene, che sono sicuro di provocarlo ad arte
Continuo a rimuginarci nello stato di veglia del primo mattino e devo ammettere con gran piacere che per la prima volta, quello che in genere mi frustra, cioè l’indifferenza a tutto ciò che non sia solo ed esclusivamente denaro, oppure la mia mediocrità, di uomo e di artista, adesso pagano il prezzo più alto, rendendomi salva la vita.
Questa vita vissuta su vari livelli e su piani diversi, in posti nascosti e oscuri, dove l’importante è andarsene al più presto, oppure in stanze con troppa luce, piene zeppe di verità assolute al punto che è bene non fidarsi e scappare, ma anche provvisoriamente su di una nuvola, traghettato per un breve viaggio, poi esperienze fondamentali, drammi, euforie, crolli.
Il tutto affannosamente legato con elastici, cinghie, fili, tiranti, un intreccio di materia arrangiata a caso, nella quale ho sempre fatto una gran fatica a muovermi e dove ho sempre lavorato tenacemente per districarmi da essa.
Quando finalmente riuscii a spezzare anche l’ultima catena, questa gabbia sospesa precipitò a terra implodendo su se stessa accompagnata da un gran tonfo.
Mi accorsi che per miracolo riuscivo a mantenermi sospeso in aria, volavo.
Rimasi a lungo a guardare giù in basso la polvere dissolversi, intravedevo i rottami di un passato non più familiare e per me oramai privo di qualsiasi interesse, nell’urto i reperti spezzati mostravano la loro parte più intima e segreta, adesso era ancora più chiaro da dove venissi e chi fossi in realtà
Le parole che urlai con rabbia quella sera, esplosero nell’aria rimbalzando tra le pareti della stanza come schegge impazzite.
Il silenzio che ne seguì fu ancora più angosciante, così cupo e gelido che tolse ogni significato a ciò che era stato detto in precedenza e le parole che adesso ristagnavano galleggiando a metà altezza nella cucina, all’improvviso, precipitarono sul pavimento, facendo un gran rumore di cocci rotti.
Si dice che è importante essere se stessi ma non sempre è una qualità, anzi dovremmo essere sempre diversi dal giorno prima, arricchiti, consapevoli, io invece sono ne più e ne meno il ragazzetto che fui nell’officina, intuitivo e volenteroso ma anche collerico e mal disposto, come se la sfortuna di un mestiere duro mi tirasse al limite della sopportazione e non permettesse al caso di manifestarsi negativamente in nessun modo.
Una martellata o una piccola bruciatura? Una interminabile sequela di bestemmie, e gli oggetti più vicini scaraventati per terra, con rabbia e con un inesprimibile dolore, quel dolore che ancora oggi riaffiora violento come allora, simile ad una specie di rancore per una qualche ingiustizia subita, ad un vicolo cieco della ragione.
Insomma, come quando un qualsiasi problema senza apparente soluzione, mi mette faccia a faccia con la paura e la mia fragilità, a quel punto esplodere appare l’unico modo per sedare l’angoscia e tutto ciò che è stato finora costruito con calma e con amore, sembra naufragare in una inutile rabbia, chiassosa e delirante.
La vigilia di ferragosto diluviò. Nel pomeriggio venne un fortissimo temporale, cadde tanta acqua insieme a tanti tuoni ed a un numero incredibile di fulmini.
Con questi vennero giù anche due cornicioni del palazzo di fronte che si disintegrarono a terra sminuzzandosi tra, calce, mattoni e cemento.
I giardinetti comunali invece si riempirono di aghi di pino, e già dal giorno dopo con il calore del primo sole del mattino ribollivano tra l’erba, umidi, profumando di essenza e di estate matura.
A pensarci bene, di li a poco decaddero anche i tempi con i quali si era deciso, con una infinità di buoni propositi, di cambiare e di cambiarci durante la pausa estiva: più muscolosi, o soltanto più magri, correre, leggere tanto, oppure avvicinarsi a Dio.
E invece niente, anche questa volta a pochi giorni dal rientro dalle vacanze non si era fatto proprio nulla, e di anno in anno questa incapacità di organizzare la propria esistenza, cronicizzando, pesava sempre di più, fintanto che alcuni, almeno i più sensibili e indifesi, evidenziavano delle crisi profonde, finendo in una vera e propria voragine di disperazione e di vuoto interiore.
Sono questi i momenti che si desidera una passione, una qualsiasi! Fossero anche le “navi in bottiglia” o iniziare la più singolare delle collezioni, tutto pur di dare un senso a questa esistenza, aggiungere un minimo di personalità a questa vita che sfugge tra le mani.
Una speranza, un colore nuovo, finche la routine, la fabbrica, l’ufficio, la moltitudine delle attività, gli impegni assillanti, non riprendano il sopravvento su quegli attimi di doloroso risveglio, spalmando di nuovo tutto di grigio e placando ogni istinto creativo.
-Scusa, dicevi?- disse il tizio voltandosi di scatto all’indietro con una mezza piroetta, la cintura dell’accappatoio roteò all’altezza del tavolo, avvolse e scaraventò per terra il bellissimo veliero in bottiglia. Un’altra vittima della forza di gravità!
L’oggetto perde la posizione statica, precipita in basso fino al suolo e frantumandosi cambia il suo aspetto mutando in qualcos’altro.
Anche le braccia cadono di fronte a quel piccolo disastro oramai apparentemente irreparabile.
È solo un povero veliero in bottiglia rotto e delle macerie che lo circondano, un sopramobile sciupato, una nave senza vele che ora somiglia ad un peschereccio, le definizioni scaturiscono sempre nuove dall’osservazione dell’oggetto in base a quanto e come al momento, si è disposti a ridefinire quella povera materia sparsa.
Ma non è solo fisicità, fragilità degli elementi, allo stesso modo cadono gli ideali, gli amori, e anche le fedi apparentemente incrollabili, si sbriciolano tra le dita , quando per un leggerissimo spostamento si perde stabilità, equilibrio, allora inizia la lotta con la forza di gravità che sembra trascinare inesorabilmente tutto in basso e ci costringe a sfoderare il miglior talento per mantenere tutto in equilibrio, tutto perfettamente sotto controllo
Magia di un attimo e non c’è più salvezza, manca l’appiglio per sostenersi o proteggere ciò che ci è caro, si è goffi nel cercare di ritrovare la postura corretta, ridicoli quando le cose ci volano da una mano all’altra nel tentativo di riprenderle e la faccia poi, mostruosa, con gli occhi strabuzzati, la bocca aperta e la lingua di fuori. Non posso fare a meno di provare una grande tenerezza per il genere umano, siamo perennemente impegnati a gestire questa forza fisica e lo facciamo in maniera così automatica che non ci soffermiamo mai abbastanza a riflettere, quanto questa ovvietà interpreti in ogni istante la fragilità della nostra esistenza, la foglia che cade è alimentata dalla stessa energia del macigno che ci schiaccerà.
È capitato che nel tempo, guardando in basso abbia visto, ideali, speranze crollare e insieme ad altre macerie rimanere a terra immobili, illuminate nel ricordo da una luce livida, bianca come la luna, una luce che abbaglia, togliendo colore ed identità, confondendo e mescolando valori umani con l’oscenità delle cose e poi ancora, gente camminarci sopra nel tentativo di recuperare un po’ di ciò che aveva perduto, non riuscendo più a distinguere una passione da una illusione, cercando di ricostruirsi una ricchezza, arraffando tutto quanto abbia un corpo, tutto quanto possa essere preso con le mani.
Oppure chi come me non si da per vinto e con la malinconia di chi cerca di rimediare ad un danno irreparabile costruisce con i cocci rotti forme geometriche o croci.
Adesso gli stessi cocci rotti sono frasi tronche, promesse non mantenute, vocali o consonanti mal pronunciate e per questo fraintese. Con lo stesso spirito e la stessa malinconia, tento di recuperare anche solamente il senso di una frase, per far si che non sia andato tutto perduto, è la stessa urgenza di ricomporre delle macerie che mi spinge a rapprendermi in parole

